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Un padre


laurafior - Posted on 19 June 2012

di Pedro Ugarte
Milano, zero91, 2009

il romanzo contiene molte riflessioni sul tema delle relazioni familiari e soprattutto della paternità, anche se non è esplorato il formarsi del desiderio di paternità e l'incontro con la nuova realtà che si sviluppa nel corso del progetto di fare un bambino e  della gravidanza.
Le affermazioni trionfalistiche con cui inizia il libro (“C'è una sola cosa memorabile nella mia vita: aver avuto un figlio”, “avere un figlio è un miracolo”) ricollegabili agli aspetti narcisistici del diventare padre vengono ridimensionate da un drammatico evento che determinerà una paternità colpevole e sempre minacciata dal confronto con la figura di giovane uomo che si inserisce nella storia come salvatore del figlio e che mostra funzioni paterne molto adeguate e più che “sufficientemente buone”. La paternità del protagonista è anche tormentata dal rapporto con il
proprio padre morente e deteriorato e, in seguito al lutto per la sua morte, dai ricordi di sé bambino con padre molto presente e amorevole ma senza alcuna capacità di avere una relazione partecipe con lui.
Le vicende del romanzo portano poi il protagonista a non poter condividere la funzione genitoriale con la propria compagna spengendo anche la loro relazione affettiva, innescando anche sentimenti ostili, di gelosia e invidia per l'unione madre-bambino.
Colpisce molto nel libro l'emergere dell'ossessione angosciante che questo padre prova con straziante consapevolezza che il cambiamento di statuto identitario conseguente alla nascita e la crescita di un figlio significa avviarsi verso l'invecchiamento e la morte.
“Un figlio aveva a che vedere con quell'ossessione di non perdersi nulla, perché un figlio è lo strumento più evidente che ha il tempo per angosciare con la sua presenza. Implica l'istallazione, al centro della tua oscienza, di un registro che segna il trascorrere della vita, è una prova esatta, minuziosa, degli anni che sono trascorsi da quel fecondo cataclisma che portò un nuovo essere nell'universo. All'improvviso, uno smette di essere lo stesso (quello che era sempre stato, come se prima gli anni fossero passati senza lasciare traccia sul volto e l'ingannevole sensazione di staticità fosse stata verosimile) e si sconta con la propria distruzione: c'è qualcuno lì, molto vicino, che sta crescendo, qualcuno a cui il tempi dà forma mentre tu ti sfiguri. A  partire da quel momento tutto cambia. È impossibile per qualcuno immaginarsi giovane quando il frutto che generò un giorno si avvicina alla giovinezza, poco a poco, fino che alla fine la raggiunge e la occupa con con la stessa leggerezza di tutte le altre generazioni, e, poi, la oltrepassa e l'abbandona. È impossibile continuare a sostenere la finzione che la morte non ha nulla a che vedere con te se, manmano che superi le varie età, c'è qualcuno dietro di te che le usurpa. Da quel giorno preciso in cui un bmbino ha iniziato a giocare le sue carte su quella stessa terra che hai sempre creduto ti appartenesse, tutto ciò che in lui andrà crescendo sarà lo specchio inverso della tua riduzione, la prova fisica e concreta di quello che ti lasci alle spalle, di tutto quello che si perde e che si è già perso irrimediabilmente. Si tratta di
un suffragio, l'eredità dei tuoi anni giovanili, che sono ormai irrecuperabili ma che rivivono in un altro, un'ostinata riproduzione delle tue speranze, i tuoi sforzi, i tuoi errori; la testimonianza sorprendente di tutte quelle stagioni della vita che ormai non ti appartengono. Per chi consuma il
proprio tempo ad osservare come qualcun altro lo va occupando, l'unico privilegio è quello di essere un testimone. Io volevo essere un testimone: sperimentare la sorpresa dinnanzi a un'operazione che la naura realizza, da milioni di anni, su milioni di vite, ma che ora, alla fine, mi coinvolgeva
personalmente. Era qualcosa di simile a quella gradazione mentale con la quale uno si abitua alla morte, quel timoroso avvicinaento che culmina nella neessità di elaborare qualche relazione mentale con lei: al principio, da giovane, si tratta di un'ipotesi, una vaga formulazione che sperimentano solo gli altri. Ma arriva sempre un momento della maturità, nel quale la morte si vede come qualcosa di possibile, come una verosimile evoluzione dell'argomento. Anche in questo la vita di un figlio è un termometro implacabile, uno strumento di misurazione diabolicamente esatto che va tagliando il tuo credito, le tue possibilità.” (pp. 120-122)