commenti a Lo Spazio bianco
«Ho provato. Aspettando la metropolitana per l’ospedale, tutti i giorni, ho provato a leggere saggistica. I primi tempi ci sono riuscita, perché non avevo altro se non la mia testa. Ed era una testa molto esercitata sui libri. Nei pomeriggi lunghissimi delle medie, tra la fine dei compiti e l’inizio
della sera, la stanza si dilatava: qualunque rumore arrivasse dai capannoni delle conserviere che ci soffocavano l’aria, qualunque rancore i miei si rilanciassero da un estremo all’altro del corridoio, venivano assorbiti dal silenzio del tempo fermo. Io leggevo. [...] Però stavolta non riuscivo a
leggere: c’era una buca a ogni parola scritta bene, inciampavo nei righi di qualunque romanzo, con un’agitazione profonda. Allora avevo cercato rifugio in un altro livello, che non lasciasse trapelare il dolore, leggevo saggistica. Avevo scelto un tema che fosse preciso come la matematica e
sanguinoso come una rivoluzione. Era il laicismo, ma sarebbe potuto essere altro. Ero entrata in una libreria della città vecchia che non frequentavo, così che nessuno avrebbe potuto chiedermi come stavo, e avevo comprato.[...] All’inizio ha funzionato, ho creduto di avere voglia, ogni mattina, di prendere la metropolitana per l’ospedale: per leggere avanti. Poi ho creduto meno, più avanti mi distraevo. Dopo una settimana appena, dormivo una veglia intermittente con la testa appoggiata all’indietro sul finestrino: le persone entravano e uscivano, io toccavo la borsa e ci sentivo dentro il libro, dentro il libro sentivo una matita e mi dicevo "Ho sonno perché il corpo ha sonno, ma la testa è salva". Invece avevo perso anche quella. ....» (pp.7-8).
Così inizia il primo romanzo di Valeria Perrella, scrittrice napoletana, autrice di racconti. È un romanzo sull'attesa, una doppia attesa, e sulla costruzione della maternità interiore, anche questa doppia (cfr. recensione di Roberto Escobar al film). È la cronaca dello spazio e del tempo in cui
Irene, e sua madre, Maria, artificialmente arrivano al punto di partenza di una nascita “naturale”. Con loro, i medici, le infermiere, le altre madri, i padri, gli amici rimasti, i colleghi, gli allievi, e i ricordi. Racconta i 50 giorni di attesa della mamma di una bimba nata prematura: cinquanta giorni in cui Irene dovrà imparare a respirare ed alimentarsi da sola, pena la sua stessa sopravvivenza.
Maria ha quarantadue anni, un uomo che all’annuncio della gravidanza la lascia nello spazio di un caffè al bar, e fortunatamente tanti amici, con cui però - dalla nascita della bimba Irene- la protagonista congela gli incontri. E poi c’è un dottorino giovane giovane che le offre mozziconi di
parole e sigarette, ignorato nei suoi approcci, come il resto del mondo, in “attesa di”.
Lo spazio bianco è quello dell'attesa, che nel tran-tran della vita "normale" è una pozzanghera da scavalcare, ma quando un evento imprevisto si mette di traverso, allora no. Lo spazio bianco si dilata, si deforma. Il tempo si allunga - «tante volte ventiquattr'ore» (p. 10) -. Si moltiplica. Si
ferma. «Misuravo i giorni che passavano con la lunghezza della mano di Irene stretta su una delle mie falangi» (p. 39). «[...] guardavamo i minuti scorrere come in una partita di scacchi» (p. 40).
Maria, intellettuale e cerebrale, non è brava ad aspettare: «Aspettare senza sapere è stata la più grande incapacità della mia vita. Nell'attesa ho avuto lo spazio per costruire enormi impalcature di significato, e dieci minuti dopo farle crollare, per mia stessa mano. Poi riprendere da un punto
qualunque, correggere il tiro di qualche centimetro per rendere la costruzione immaginata più solida. Vederla crollare di nuovo. (...) Io non so aspettare e non voglio farlo, nell'attesa i mostri prendono forma e si ingigantiscono, mangiano le ore per crescere e mangiarmi. Non sento curiosità nel dubbio, né fascino nella speranza, fossi stata Eracle, non mi sarei fermata al bivio.» (pp. 72-73)
Ma non può fare altro dietrò l'oblò dell'incubatrice: «Il fatto è che mia figlia Irene stava morendo, o stava nascendo, non ho capito bene: per quaranta giorni è stato come nominare la stessa condizione.» (p.9) «Un feto sta dentro l'utero, un bambino nasce dopo nove mesi di gravidanza.
Quello che vedevo io nella sala di terapia intensiva non era niente di questo....» (p.25) Oppure, come emerge nei dialoghi – a volte atroci- con le altre madri nel retarto terapia intensiva:« “Tutto sommato abbiamo avuto un culo enorme.” - “Mina, ma perché?” - “Eh, le altre mamme si sono
dovute contentare dell'ecografia: noi stiamo vedendo tutto dal vivo”. »(p. 29)
Vi è poi il difficile rapporto con i medici, che spesso non sanno “parlare” ai pazienti come nell' ossessionante ritornello che si ripete con rabbia Maria: «Penso a quello che mi disse il ginecologo la sera che mi ricoverarono. Disse: la bambina nascerà sicuramente viva, ma potrebbe morire subito, o sopravvivere con gravi handicap, oppure stare bene, lei lo sa?»(p.54-55)
Ma proprio nelle attese sfibranti e dolorose in ospedale, nel contatto con l'umanità delle altre mamme del reparto, con i suoi allievi adulti, Maria ritrova il senso di una maternità comune, di un calore che abbatte differenze di istruzione, di fede, di età.
«Un pomeriggio, in cui la poppata stava andando piuttosto liscia, per un momento persi di vista il monitor, l'inclinazione del polso, il livello del latte sotto la ghiera, e guardai Irene. Aveva gli occhi aperti come non avevo mai visto occhi aperti: l'iride riempiva quasi tutto lo spazio, era perfettamente tonda e guardava me. O forse non mi vedeva, perché l'oculista di reparto dagli esami strumentali non poteva escludere la cecità. Forse sentiva solo il mio battito, accelleratissimo, che rincorreva il suo, o neppure quello. Ma mi sentiva. Stava nel mio braccio, mi sentiva e io le sorrisi. Non quella smorfia che mi ero calata in faccia dal primo momento, quella era solo la variante socialmente accettabile di una fuga. Proprio un sorriso di quando, in un momento, nella vita, sbuca una cosa inaspettata e piena e tua.» (p.95)
Questo primo vero “incontro” con la bambina richiama il lever natale des yeux così l'ha descritto Gina Ferrara Mori: «Un altro momento essenziale può verificarsi, una manifestazione che può passare inosservata o non essere appprezzata nel suo significato particolarmente relazionale e
profondo: dopo i primi vagiti -ed a volte anche prima di questi- il neonato può aprire gli occhi, spalancarli con le pupille dilatate, tanto da sembrare uno sguardo intenso dritto davanti a sè. Non ci si domanda se vede, conosciamo le sue deboli e vaghe capacità percettive, ma se questo tipo di "sguardo" incontra lo sguardo della madre, se avviene un contatto fra i due sguardi, questo provoca un'intensa ed indimenticabile commozione nella madre, e rappresenta una funzione importante nella costituzione del legame tra il bebè e la madre, ed anche fra il bebè ed il padre, se anche lui è chiamato a parteciparvi. La precocità di questo 'sguardo' che un gruppo di studiosi, appartenenti all'Associazione Francese di Maternologia -settore di studi tutto dedicato alla maternità psichica- ha definito in modo poco traducibile: “Le lever natale des yeux” per distinguerlo dallo sviluppo successivo dello sguardo esplorativo e di ricerca del bambino dopo il primo mese di vita, ha per loro la funzione di creare fin dalla nascita un'atmosfera genitoriale ed un clima di 'amore a prima vista', e ritengo che il loro assunto si possa pienamente condividere.Gli studi sulla osservazione del neonato nella sua famiglia hanno sempre mostrato come i genitori si sentano ricercati, desiderati,
riconosciuti dagli sguardi sempre più attenti dei loro bebè, via via che passano i primi mesi, ed essere “guardati” dagli occhi dei genitori è indispensabile per il bèbè al fine di sentirsi esistere nella loro mente. Indubbiamente dobbiamo fare più attenzione alla comparsa precoce di questa apertura degli occhi, che è certamente legata ad un livello di maturazione neurofisiologica, ma se essa trova una risposta nello sguardo della madre (o del padre) è annunciatrice di quella reciprocità del senso di esistere per l'altro, il senso primario che rinforza emotivamente quella relazione che si stabilisce col contatto corporeo e con quello fra il capezzolo e la bocca.» (Gina Ferrara Mori, “La nascita: una cesura”, intervento presentato al seminario su “La nascita”, Firenze, 16-12-2005)
Un altro momento importante del percorso verso la formazione della maternità interiore è l'incontro con le parole di una dottoressa, che pur senza un'esplicita intenzionalità, hanno una valenza psicoterapeutica. Parole cui Maria, ormai alle prese con le difficoltà dell'allattamento e divenuta forse più ricettiva, si afferra tenacemente: « “Come sta andando?” - mi chiese la dottoressa, dopo che mi ero tolta il camice fradicio di sudore. “Stiamo imparando.” - “Mi piace, che lei usi il plurale: sarà sempre così” - Io mi aggrappai solo alla parola sempre, me la tenni ben stretta e me la ripetei molte volte in testa per darle verità.» (p.92)
Laura Mori